Biografia di Natalino Sammartin
Il mio cammino creativo
Bisogna che io mi perda in una forma fantastica
per ritrovarmi poi nell’opera compiuta.
Essa non deve necessariamente assumere una forma precisa
ma riassumere in sintesi il tutto in una nuova forma
che non si sa per quale motivo ti attrae…
L’opera deve imporsi da sola, in silenzio…
come l’amore o l’odio che ti possiede senza accorgertene
come se fosse magia…
Il buio tutto attorno e dentro di me la luce sta per nascere
10 ottobre 1974
Natalino Sammartin
Natalino Sammartin nasce nell’aprile del 1942 a Castelgomberto in provincia di Vicenza. Presto si trasferisce ad Alte di Montecchio Maggiore (VI), dove vive e lavora.
In gioventù oltre a frequentare la Scuola d’Arte e Mestieri di Vicenza, si iscrive all’Accademia Internazionale di Salisburgo. In questi ambienti impara le tecniche scultoree e pittoriche, e acquisisce un primo linguaggio figurativo di impronta classica. Progressivamente lo sviluppa stilizzando sempre più le figure.
Rosario Assunto nella monografia “Sammartin (1967-1980)” scrive: “[…] Sammartin opera come la Natura; nel senso che libera dal sovrappiù di materia in cui sono imprigionate una volta abbattuto l’albero o strappato alla cava il blocco di pietra, le forme possibili della materia: forme che hanno in sé lo stesso ritmo, la stessa armonia del tronco e dei rami, per il legno – e, per la pietra, dalla sua consistenza, dal suo colore, dalla sua luminosità. […] la Sua scultura non è naturalistica, perché non imita sembiante alcuno della realtà data in natura, ma è naturale, nel senso che modella la materia al modo stesso come, nelle sue formazioni, la modella la natura. Scultura naturale, non naturalistica. E in questo è scultura naturale, che crea nuove forme in cui intenzionalmente e volontariamente vien prolungato il processo formativo della natura, la Sua scultura è fondazione di realtà nuova, non imitazione di una realtà preesistente. […]”
Carlo Munari sintetizza egregiamente questi primi anni nella monografia “Sculture di Sammartin” del 1975: “[…] Sammartin si è progressivamente disancorato dal simulacro figurale per affidarsi alle motivazioni ideali rifluite dalla sua feconda immaginazione creativa […]. Non si notano stacchi improvvisi, deviazioni subitanee, ma un evolvere, invece, delle forme verso una decantazione in senso spaziale, capace di potenziarne l’intima essenza. […] Sammartin aggredisce il blocco di pietra e passo a passo ne ritrae l’opera. Da solo, senza alcun aiuto esterno. […] L’opera denuncerà alla fine, in ogni suo particolare, la partecipazione emotiva del proprio autore: non freddo rifacimento di un modello ma caldo organismo vissuto dall’artista nel suo farsi. […]”
A metà anni ’70 inizia a prendere corpo il personale linguaggio astratto di Sammartin come ben spiega Pietro Zampetti nella monografia “Sammartin (1967-1980)”: “[…] in lui non c’è nulla di premeditato o di programmato ma che tutto esce e nasce dall’esperienza. Egli, cioè, sente che la pietra, quella pietra vicentina, è un involucro, che contiene la parte nascosta del suo essere. Di là deve uscire il suo mondo, anzi lui stesso fatto esperienza umana. […] Cominciò, come tanti con immagini, figure del vero. […] Iniziò da capo e si guardò attorno, perché capì che la scultura non è imitazione di fragili apparenze, ma sostanziosa pienezza dell’io, partecipazione della coscienza! Non c’è arte senza tutto questo. Ora comincia la Scultura di Sammartin. […] partendo dal profondo, cioè da se stesso e dall’oggetto informe, appunto la pietra vicentina, «da piera» innocente e terribile che la natura gli offre, aggredisce il blocco fino a dargli una apparenza, ogni volta una nuova forma che nasce dal di dentro […]. E dunque occorre creare, non distruggere, dar vita a nuove forme […]”
Enrico Crispolti nella stessa monografia analizza il percorso artistico di Sammartin: ” […] Nel 1967-68 Sammartin è scultore in termini di espressionismo figurativo. […] Subito dopo, 1968-69 e ‘70, il suo discorso si fa più largo e plasticamente disteso, anche se permane l’opzione espressionista (istintiva, più che culturale). Sammartin usa la pietra di Vicenza per figurare immagini umane drammaticamente erose (anche soggetti religiosi: Deposizione, Pietà, ecc., 1970), in cadenze di ritmi strutturali verticali, si direbbe in caduta, più che eretti, mentre le superfici sono ruvide e corrose […].
Nel lavoro intensissimo del 1974 […] Sammartin risolve in totalità non-figurativa la propria immaginazione plastica, estremizzando ogni allusività corporea in un organico primario […]. Le sculture di Sammartin del 1976 sono decisamente tridimensionali, cioè affermano una loro imminenza di piena fisicità, tendono a spostarsi, da una spazialità di riscontro mentale, di puro disegno spaziale, ad una spazialità quasi oggettuale, empirica, nello spazio fisico dell’uomo, nel quotidiano. […]
Il disegno di Sammartin anticipa e bordeggia tutto il suo lavoro di scultore. All’inizio degli anni Settanta è sommario nella delineazione di sagome umane nello strisciante carboncino con effetti di larga fascia (1971). S’assottiglia altrimenti in puri contorni nel delineare il movimento fiammeggiante delle immagini “silhouettes” (1971-1972). […] Dal 1977 credo senz’altro s’incontrino i fogli più affascinanti, in quel sondare continuo del segno che costruisce brano a brano, quasi come lo scalpello o la raspa, piano per piano.
Ma il disegno è anche il diario di tutte le tentazioni immaginative, che ritroviamo proprio nel 1977 in un drammatico scontrarsi di forze e componenti diverse, che il segno enuncia infatti in una sua diversità di scrittura. […]”.
Alla fine degli anni ’80, quando sente di aver dato massima espressione al suo linguaggio interiore, decide di procedere oltre, riprende il figurativo dei primi anni e lo fonde al suo personale linguaggio scultoreo. Inserisce magistralmente la figura umana tra quelle forze astratte a lungo ricercate. In mezzo a queste forti tensioni ritorna l’uomo, anch’egli più vigoroso ed espressivo, sottomesso alla natura, ma ancora desideroso di dimostrare la sua forza. Ed è proprio negli anni ’90 che troviamo testimonianza di questa ulteriore evoluzione della scultura di Sammartin nelle molte opere collocate sia in luoghi pubblici che di culto.
A partire dai primi anni 2000 Natalino Sammartin decide di ritirarsi a vita privata. Dedica ogni istante della sua esistenza alla sua scultura e pittura, ed ancor oggi continua a sviluppare il suo percorso artistico, senza sosta e senza perdere mai la voglia di comprendere più a fondo la natura e la vita che lo circondano, sempre alla ricerca di quel qualcosa che l’uomo non può comprendere, perché l’uomo rimane comunque piccolo ed inerme difronte alla complessità dell’universo che lo sovrasta.